Il citrus greening fa schizzare verso l’alto i futures sul succo d’arancia

di Redazione 2

I contratti futures relativi al succo d’arancia sono aumentati nel corso di quest’ultima settimana a livelli davvero da record: il boom in questione è la conseguenza diretta della possibile riduzione di scorte da parte degli Stati Uniti, mossa motivata dal cosiddetto “citrus greening”, la malattia che ha colpito gli agrumi del Texas. In aggiunta, non bisogna dimenticare nemmeno il rallentamento delle importazioni che è stato stimato dal dipartimento agricolo americano (lo Usda). La piaga che si sta diffondendo nello stato federale è stata accertata per la prima volta lo scorso 18 gennaio; in quella occasione, poi, si è anche scoperto che molti raccolti della Florida avevano subito dei danni evidenti e la zona in questione è celebre proprio per i suoi agrumi, le arance in particolare.

Le analisi cliniche hanno confermato seri problemi alla salute per gli animali, dunque si può ben immaginare cosa accadrebbe con gli uomini. Tutta questa situazione non ha fatto che innervosire i mercati, già turbolenti per altre motivazioni più strettamente finanziarie. Tra l’altro, si è deciso di adottare dei metodi piuttosto “draconiani” per risolvere il problema, come ad esempio la rimozione degli alberi malati. Entrando maggiormente nel dettaglio statistico, c’è da dire che le spedizioni di marzo di succo d’arancia sono aumentate addirittura di cinque punti percentuali presso l’Intercontinental Exchange di New York, attestandosi a quota 2,106 dollari la libbra, uno dei livelli più alti mai raggiunti dalla commodity.

Il prezzo è schizzato del 25% nel corso di questo mese di gennaio, mettendo in luce, quindi, il rally più consistente e duraturo dall’ottobre del 2009. L’ultimo record positivo, inoltre, risaliva al dicembre del 2006, quando gli stessi strumenti raggiunsero i 2,094 dollari la libbra. Un ulteriore dettaglio completa questo quadro: in effetti, il costo al dettaglio del succo d’arancia è cresciuto di dodici punti percentuali a dicembre rispetto a un anno prima, come confermato dal Dipartimento americano del Lavoro.

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