Lufthansa rinuncia all’accordo con Ita Airways?

Lufthansa sta pensando di abbandonare l’accordo con Ita Airways? La speranza, soprattutto per la compagnia è che anche in questo caso si tratti di chiacchiere prive di fondamento.

Lufthansa stanca della situazione?

Bruxelles, è certo, ha le sue idee in merito ai canoni ai quali Lufthansa e Ita Airways debbano rispondere per quel che concerne il loro accordo. E da quel che si evince da fonti stampa, anche l’ulteriore offerta di tagli alle rotte sarebbe considerata non sufficiente.

E non stupisce se fossero veritiere le richieste emerse che vorrebbero minimo il 30% degli slot ceduti a Linate. Siamo in un momento molto difficile. Se l’accordo tra i teutonici e gli italiani dovesse andare a buon fine vi sarebbero conseguenze ottimali soprattutto per gli italiani. Non viene, quindi, esclusa la richiesta di una proroga. Ma è anche abbastanza evidente che Lufthansa stia in qualche modo soffrendo queste difficoltà.

Soprattutto perché, come si sa, la Commissione europea, soprattutto a lei sta richiedendo dei sacrifici non indifferenti, soprattutto per quel che concerne le tratte intercontinentali. Per via proprio del suo network con Air Canada e United Airlines.

Da quel che si racconta sarebbe la prima volta che i tedeschi pensano a un tirarsi indietro. Anche se dobbiamo sottolineare, allo stesso tempo, che Lufthansa in questa alleanza ci crede. Basti pensare al corteggiamento lunghissimo anche ai tempi del commissariamento della vecchia Alitalia.

Il punto sostanziale è uno: ulteriori tagli sul lungo raggio per Francoforte sarebbero impossibili da sostenere economicamente. E il gioco, ovvero l’accordo con Ita Airways, non varrebbe più la candela.

Cosa accadrà ora

Il motivo è evidente. Una riduzione dei ricavi sul lungo raggio sarebbe di gran lunga superiore ai benefici legati alla fusione con la compagnia di bandiera del nostro paese.  Nessuno ha specificato numeri ufficiali, ma i media specializzati arrivano a ipotizzare anche potenziali perdite di diverse centinaia di milioni in materia di profitti. E non dobbiamo ignorare il grande elefante rosa nella stanza.

Quale? Con molta probabilità tutta questa pressione in materia di concorrenza è sostenuta dalle low cost che temono il rafforzamento di Ita Airways sia sul mercato nazionale che internazionale. E anche da Air France che non vuole una leadership tedesca nei cieli.

Cosa possono fare ancora quindi i due vettori? Secondo l’Antitrust europeo dovrebbero lavorare maggiormente sugli slot di Linate e sulle rotte a lungo raggio. Trovare un compromesso sembra essersi fatto molto più difficile. Sarà interessante vedere se Ita Airways e Lufthansa vorranno davvero portare a casa l’accordo. Quanto sono davvero disposte a mettere sul tavolo?

Amazon e Telefonica, accordo per cloud 5G

Amazon entra nel mondo delle telecomunicazioni grazie a Telefonica. Riuscendo in un impresa che a nessuno era davvero riuscita prima.

L’accordo tra Telefonica e Amazon

Per quanto non possa sembrare qualcosa di rivoluzionario il fatto che Amazon con il proprio servizio cloud riesca a entrare nel mondo del 5G non è un evento che deve essere preso sottogamba. E non solo perché dimostra che ancora una volta, forse anche forte del proprio fatturato, Amazon non abbia paura a esplorare nuovi settori.

Il suo “buttarsi” in quello delle telecomunicazioni di certo sarà in grado di lasciare il segno. Anche solo per la straordinarietà dell’evento. Le aspettative sono molto alte in tal senso. Ma per comprendere quanto sia importante bisogna capire cosa sta accadendo di preciso.

L’azienda ha firmato un accordo con 02Telefonica, attraverso la sua Amazon Web Services per la gestione della rete principale 5G di Telefonica Germany. Si tratta di un passo in avanti in ambito tecnologico per tutte e due le società.

Per Amazon si parla di un debutto con il botto all’interno del mercato mondiale delle telecomunicazioni, con tutto quello può occorrere in tal senso. Telefonica, grazie a questo accordo, è il primo operatore che cede la propria rete principale in gestione su un cloud disponibile pubblicamente.

Soprattutto questo ultimo puntò è rilevante. In passato già alcuni operatori avevano tentato questa strada, trasferendo alcune operazioni e l’IT su cloud pubblici. Ma a differenza di ora non erano coinvolti servizi core network quanto alcune operazioni non principali.

Amazon web services, grazie all’accordo con Telefonica, gestirà circa un milione di clienti di quest’ultima che usano il 5g. Ma la collaborazione non si fermerà a questo punto. Dobbiamo sottolineare che Il funzionamento delle attività post accordo verrà monitorato per circa due trimestri.

Utenti in possibile esponenziale crescita

E questo potrebbe trasformarsi, se tutto andrà come necessario, nella crescita del numero di utenti affidato al servizio cloud. I quali potrebbero salire entro il 2025-2026 del 30-40%. Telefonica in Germania ha un bacino di utenza totale pari a circa 45 milioni di persone. Numeri davvero importanti.

Questo accordo sta portando l’azienda di Jeff Besos a diventare ufficialmente l’apripista per altri interlocutori, come ad esempio Microsoft, verso un mercato che potrebbe davvero offrire molto ai suoi protagonisti. Soprattutto pensando che l’attuale contesto vede gli operatori sono sempre molto restii nell’appoggiarsi a cloud di terze parti. Già solo per le preoccupazioni di prestazione legate al funzionamento e alla gestione delle reti.

Solo i prossimi mesi saranno in grado di dimostrare se la scelta di Telefonica sarà stata quella giusta. Se il risultato sarà positivo se ne vedranno davvero delle belle.

Tesla, profitti al minimo dal 2021

Tesla vede diminuire i suoi ricavi in modo sostanziale, per la prima volta dal 2020 e ancor di più di quel che successe in corrispondenza con la pandemia di coronavirus. Un trimestre davvero sofferto per l’azienda di Elon Musk.

Tesla e il primo record negativo dal 2012

È importante contestualizzare tutto questo, visto che Tesla è in pratica il leader americano delle auto elettriche. E per quanto si possa non essere d’accordo con alcune politiche del magnate di Twitter, finora non erano mai stati registrati cali di questa tipologia per quel che riguarda il suo settore automotive. È il primo record negativo registrato dal 2012 e gli utili sono crollati a livelli più bassi dal 2021.

Tecnicamente parlando, sono stati registrati cali del 55% nei profitti e del 9% nel fatturato. Inutile dire che le attese degli analisti sono state deluse. E con esse probabilmente anche quelle dei soci dell’azienda.

Parlando nel corso della conferenza con gli analisti, in merito ai risultati Elon Musk ha sorpreso un po’ tutti. Pur essendo abituati ai suoi colpi di testa, in pochi si aspettavano novità in arrivo. O meglio non se le aspettavano così in anticipo sui tempi.

Il manager ha fatto infatti sapere che la produzione dei nuovi modelli avverrà all’inizio del 2025 se non addirittura alla fine del 2024. Le previsioni di Tesla precedenti collocavano questo particolare evento non prima della seconda metà del 2025. Elon Musk ha parlato anche degli investimenti impiegati nel settore dell’intelligenza artificiale, in ritardo rispetto a una ideale tabella di marcia. Ha anche raccontato di aver instaurato colloqui con una grande causa automobilistica per dare in licenza il proprio sistema di guida assistita avanzata.

In atto riorganizzazione e tagli

In qualche modo il patron di Tesla deve aver convinto i mercati, dato che il titolo ha conquistato un incremento dell’11%. Forse proprio per via della promessa di nuovi veicoli. Si sussurra, tra l’altro, che tra di essi vi sarebbero una nuova vettura a basso costo è un robotaxi.

Ciò non toglie che il titolo stesso rimane a circa un -40% rispetto all’inizio del 2024. Qualcosa, va detto, causato anche dalla frenata mondiale del settore delle auto elettriche, da una concorrenza più elevata e da un certo conflitto a livello di prezzi.

Dobbiamo inoltre calcolare che Tesla, per affrontare la crisi, ha recentemente iniziato una riorganizzazione che prevede il taglio del 10% della forza lavoro in tutto il mondo. Licenziamenti che hanno visto andar via anche due top executive manager.

Tecnicamente Tesla ha registrato profitti per 1,13 miliardi di dollari pari a 45 centesimi per azione, rispetto ai 51 centesimi previsti dalle previsioni.

Tavares: Stellantis non lascia l’Italia

Carlo Tavares, ceo di Stellantis, conferma che il gruppo non ha assolutamente intenzione di lasciare l’Italia. E che notizie di questa tipologia devono essere considerate semplicemente come fake news.

Rassicurazioni di Tavares non sufficienti

Non possiamo non ricordare però che, al netto di parole molto decise in questo caso, il gruppo Italo francese per quanto rassicuri parlando, si trovi al momento a gestire una situazione tutt’altro che rosea a livello lavorativo. Mirafiori ne è il simbolo.

Carlos Tavares non ho mai smesso di ripetere che Stellantis non è intenzionata ad abbandonare l’Italia. Ma va pure sottolineato che, tecnicamente, sembra che davvero poco venga fatto per migliorare la situazione dei lavoratori.

Non possiamo dimenticare le quasi 4000 uscite volontarie incentivate dal gruppo: una condizione che preoccupa sempre di più i sindacati. E a ragione, anche perché accompagnata dalla difficoltà di intavolare trattative risolutive.

Non è una questione di capacità produttiva, come potrebbe sembrare quando Carlos Tavares sottolinea che Stellantis è in grado di concorrere con i cinesi in materia di auto elettriche. Si parla comunque di una realtà decisamente solida nel settore auto. Ciò che perplime le parti sociali riguarda essenzialmente la produzione e gli investimenti. Sono loro il punto debole dell’intera situazione. Per ragioni, tra l’altro, ampiamente esplorate nelle scorse settimane.

Stellantis ovviamente è in grado di rapportarsi alla produzione cinese. Ed è anche in grado di superarla in tema di qualità. Ma è spontaneo chiedersi a cosa porteranno tutte le uscite incentivate nel nostro paese. È l’esternalizzazione l’incubo più grande del comparto occupazionale italiano del gruppo.

Paura di chiusura ed esternalizzazioni

Meno lavoratori può significare meno produzione e meno produzione può rappresentare chiusura. Mirafiori è senza dubbio un impianto importante è valido per la produzione di macchine in Italia. Ma è impossibile non notare come questa concatenazione di eventi poco si sposi bene con le assicurazioni di Tavares in tal senso.

C’è chi dice che vogliamo andarcene dall’Italia”, sottolinea. “Queste sono fake news e le fake news aprono la finestra per fare entrare i cinesi”. Una scusa? Non proprio. È corretto infatti sottolineare che l’arrivo di un competitor possa portare una riduzione della quota di mercato. Anche a chi ha leader in un settore come accade a Stellantis per l’Italia.

Da parte di Carlos Tavares dovrebbero arrivare però a maggiori rassicurazioni rispetto al sottolineare che, in questa tipologia di scontri a livello commerciale, il rischio di produrre cicatrici sia comunque alto. L’Italia non vuole diventare la cicatrice di Stellantis. Soprattutto se questo significa l’avere archiviato la potenziale chiusura di alcuni stabilimenti.

Tim, lo Stato dovrà risarcirla per un miliardo

Una buona notizia per Tim e una pessima per lo Stato italiano. Quest’ultimo infatti è stato condannato in appello a pagare un miliardo di euro all’ex monopolista nelle comunicazioni.

Una buona notizia per Tim

La ragione? I canoni di licenza e più precisamente quelli del 1998 che sono stati indebitamente versati al Ministero dell’Economia. Si parla di 528 milioni di euro più conguagli, interessi e spese legali. Insomma un conto salato che la Corte d’appello del Tribunale civile di Roma ha consegnato direttamente allo Stato. Nello specifico a pagare sarà la Presidenza del Consiglio dei ministri costituita in giudizio e difesa dall’avvocatura di Stato.

Anticipata da Bloomberg la notizia è stata capace di far crescere il titolo di Tim in borsa del 5,19%. Una vera e propria manna dal cielo se si pensa a ciò che le azioni di Tim hanno passato in queste ultime settimane a causa del nuovo piano industriale. E ovviamente alla previsione di cessione della rete al fondo KKR. Soldi che in qualche modo potranno forse aiutare Tim ad abbassare i propri livelli di debito?

A ogni modo Palazzo Chigi ha già annunciato la richiesta di sospensione del pagamento, immediatamente esecutiva e il ricorso. A prescindere da come finirà realmente questa situazione, si tratta di una storia che dura da 25 anni e rappresenta una pessima pagina di storia italiana.

La storia di questo “scontro”

Anche perché è una delle prime volte in cui viene condannata la Presidenza del Consiglio per via di una sentenza del Consiglio di Stato ritenuta sbagliata. Telecom si trovò 25 anni fa costretta a versare il canone di licenza per via di leggi nazionali che prorogarono l’obbligo di pagamento di un anno, nonostante l’Europa con una direttiva del 1997 lo avesse annullato. Tim ricorse al Tar del Lazio che spostò la questione alla Corte di Giustizia europea, la quale nel 2008 diede ragione alla società.

Cosa succede però? Il Tar decise di dar ragione al Ministero del Tesoro e di conseguenza Tim ricorse in appello. Il Consiglio di Stato nel 2009 confermò la sentenza del Tar e dal punto amministrativo la faccenda si concluse. Questo non accadde però in sede civile, dove Tim chiamò in causa Palazzo Chigi “per violazione manifesta del diritto comunitario dei magistrati del Consiglio di Stato” in base alla legge n.117 del 1998.

Da qui continua un iter lunghissimo, formato dalla necessità di dichiarare l’ammissibilità della competenza del Tribunale. Prima la richiesta della società venne considerata inammissibile. Poi in appello ribaltata. Nel 2015 la sentenza di primo grado considerò inammissibile la domanda dell’ex monopolista, la quale fece nuovamente ricorso.

La sentenza attesa per l’aprile del 2019 venne man mano rinviata fino a ora. Momento in cui la Corte d’appello di Roma ha dato ragione alla società di telecomunicazioni. Quei soldi non dovevano essere pagati.

Tassi di interesse, calo a giugno per BCE?

Per quel che riguarda i tassi di interesse la BCE sarebbe intenzionata ad abbassarli a partire da giugno. Almeno è questo e quello che ha fatto intuire la presidente Christine Lagarde.

Pronti a calo tassi di interesse

Una decisione che non segue, per la prima volta, quello che accade in America dove la Fed ha deciso ieri di lasciare invariati i suoi tassi di interesse e rimanere più guardinga rispetto al da farsi. Soprattutto a causa dell’ancora alta inflazione.

La BCE decide di fare differentemente, sebbene non escluda che l’inflazione possa farsi risentire. Questo perché a Francoforte si pensa che le proiezioni economiche di giugno daranno un quadro molto più favorevole al taglio dei tassi di interesse rispetto a quello attuale. Soprattutto dopo dieci aumenti del costo del denaro. La presidente della Banca centrale europea sottolinea che se questi dati riveleranno un sufficiente allineamento tra le loro proiezioni e l’andamento dell’inflazione di fondo, la politica monetaria potrebbe diventare meno restrittiva.

Allo stesso tempo Christine Lagarde ha però confermato che, come sempre, le loro decisioni saranno collegate ai dati che riceveranno e prese di riunione in riunione. Cosa significa questo? Che anche nel caso in cui i tassi di interesse verranno abbassati un po’ a giugno, non è detto che il percorso della politica monetaria verrà ammorbidito.

Secondo alcuni analisti questa mini apertura sarebbe anche un modo per tenere buono chi all’interno del board della BCE borbotterebbe un po’ troppo per la lunghezza del periodo restrittivo. Strutturalmente non cambia però nulla, dato che l’istituto centrale, prima di ammorbidire la propria linea, deve vedere che tutti i vari elementi siano incastrati come necessario.

Questo significa che la dinamica dei salari deve rallentare, i margini di profitto aziendali devono rimanere compressi e la produttività deve salire per garantire la discesa del costo del lavoro.

Posizione della Fed molto simile

Va sottolineato che, nonostante il mancato abbassamento dei tassi di interesse, la posizione della Fed è molto simile a quella della BCE. Il presidente Jerome Powell ha infatti sottolineato che le decisioni continueranno a essere prese riunione per riunione. Anche se a un certo punto, nel corso del 2024, inizieranno a esserci dei tagli del costo del denaro.

Secondo le previsioni degli esperti, anche in America il primo taglio potrebbe avvenire a giugno. Ma molto sarà legato a quelli che saranno i prossimi dati economici. Altri pensano che luglio sarà il mese più adeguato per via di una ancora mancante fiducia nella traiettoria di calo dell’inflazione. I dati di gennaio e febbraio 2024, infatti, non sono stati positivi dal punto di vista inflazionistico.

E questo ha portato a rallentare il tutto. Soprattutto perché, sottolinea Jerome Powell, se il costo del denaro viene ridotto troppo presto, il rischio è quello che l’inflazione risalga alle stelle. Danneggiando tutto ciò fatto finora.

Bitcoin supera i 71 mila dollari

Bitcoin ha superato i 71.000  dollari a inizio di questa settimana. Si tratta di una soglia di valore importante perché apre verso un territorio finora inesplorato con tutte le conseguenze del caso.

Cosa accade con Bitcoin

Una barriera difesa strenuamente dai ribassisti finora. La questione è che non si ha un simile record per quel che concerne Bitcoin dal novembre del 2021, momento in cui non si è interrotta la bull run di quel periodo. Attualmente questa fase in atto viene tecnicamente chiamata di “price discovery“. E necessita di essere approcciata al meglio.

Il valore di mercato di Bitcoin è salito a 1400 miliardi di dollari grazie all’accelerazione del valore iniziata nel 2023 e continuata in modo costante da gennaio. Solo nel 2024 è stata registrata una crescita del 70%, che ha portato la valuta a superare anche la capitalizzazione dell’argento pari attualmente a 1382 miliardi di dollari.

Il Bitcoin, salendo di valore, sta trainando anche le altre valute. Ethereum, ad esempio, si trova ora a un prezzo superiore ai 4.000 dollari. Attualmente la stima riguardante il valore di tutto il settore delle cripto parla di una capitalizzazione totale di 2600 miliardi. Come ha ricordato Il Sole 24 ore, in tal senso parliamo dell’equivalente della capitalizzazione del titolo della Apple.

Nel novembre del 2021 quando si è conclusa la bull run di Bitcoin, si è passati da un controvalore di settore pari a 3000 miliardi a uno di 1000 miliardi, alla fine del 2022, con la conclusione del bear market.

Halving momento importante

È importante capire la storia passata della valuta per comprendere perché stia salendo. Va detto che in questo momento ad avere un effetto importante vi è anche il lancio degli ETF spot a Wall Street. Questo prodotto finanziario sta lanciando moltissimo gli investimenti relativi la criptovaluta. La domanda di questo specifico prodotto, infatti, non solo è più alta delle aspettativema ha fatto già raccogliere 10 miliardi di dollari netti tra deflussi e flussi.

Una domanda importante che tra l’altro sta avvenendo in prossimità dell’halving di Bitcoin. Attualmente ne vengono creati 900 al giorno che passeranno a 450 dopo il dimezzamento obbligato. Anche questo fattore avrà conseguenze sulla domanda perché sosterrà uno squilibrio con l’offerta.

Non bisogna inoltre sottovalutare quello che sta succedendo con la liquidità per via della Fed e della sua politica monetaria restrittiva. Soprattutto perché nonostante il blocco del quantitative easing e la riduzione dei titoli in portafoglio della Federal Reserve, l’espansione del deficit sta andando contro il calo della liquidità in circolazione.

Fattore questo che aiuta gli investimenti attualmente in atto in Bitcoin.

Tassi di interesse, BCE verso nuovo stop

In materia dei tassi di interesse anche la BCE si avvicinerà presto a un nuovo stop. Ma se parliamo di tagli, la questione è ancora tutta da decidere. Analogamente a quel che sta accadendo negli Stati Uniti.

Al momento non pensabile taglio dei tassi di interesse

Un taglio dei tassi di interesse è la notizia che molte categorie vorrebbero sentire. Il punto è che la attuale politica monetaria continua a essere necessaria, se si vuole raggiungere l’obiettivo del 2% per quel che concerne l’inflazione. E decidere quale sia il momento giusto per agire con eventuali tagli non è semplice.

Manca qualche giorno alla prossima riunione del Consiglio direttivo e da piccole indiscrezioni stampa i tassi di interesse permangono essere il fulcro della discussione. Soprattutto perché i dati raccontano che è consigliabile mantenere alta la concentrazione sull’inflazione e su come sistemarla. E lo ripetiamo: una politica monetaria restrittiva è quello che tecnicamente serve.

Sono molti gli investitori internazionali che richiedono un taglio dei tassi di interesse. Ma la BCE sembra voler prendere tempo.  E a ragione, pensando a cosa c’è in gioco. Valutando come sempre i numeri e i dati provenienti dal mercato. Soprattutto perché l’inflazione rimane alta per quel che concerne i servizi e perché esiste un avvitamento nel rapporto tra prezzi e salari che richiede prudenza.

A eseguire una possibile previsione, i tassi di interesse dovranno rimanere a questi livelli almeno fino a giugno 2024.

Dobbiamo pero sottolineare che sia normale che i mercati finanziari richiedano il taglio dei tassi. In questo modo sarebbe possibile evitare che il rallentamento generale registrato dall’Eurozona si trasformi in recessione. Il pericolo è stato scampato nel 2023: sarà possibile fare lo stesso nel 2024?

Per la BCE, in attesa di nuovi dati, è meglio attendere per capire quale sia l’evoluzione dei prezzi. E per ogni prodotto presente nell’Eurozona. Dello stesso avviso sarebbe anche il presidente della Bundesbank, Joachim Nagel che sostiene come le prospettive dei prezzi ancora non siano chiare.

In attesa di dati migliori

È palese e chiaro: l’inflazione generale sta rallentando, scendendo al 2,6% a febbraio. Ci si aspettava di più però. Senza contare che il dato core, è ancora sopra il 3%. Insomma, vi è ancora molto da fare. Le posizioni a Francoforte sono eterogenee. Ecco quindi che c’è chi sostiene che sia necessario tenere ancora duro per quel che concerne il costo del denaro e chi vuole iniziare a parlare di riduzione.

È considerabile accettabile iniziarlo a fare già dalla prossima riunione? Non proprio. Anche se alcuni analisti si aspettano un comportamento “kamikaze”  da qualcuno che chiami in discussione il taglio dei tassi di interesse. Nonostante si pensi che nessuno avrà il coraggio di proporre date al riguardo.

Uno dei maggiori problemi da affrontare è che non vi sono sicurezze importanti al momento. Ragione per la quale, per la quale sembra abbastanza condivisibile la posizione del presidente della BCE Christine Lagarde di attesa. In modo tale da capire come muoversi mantenendo il più possibile la stabilità dei prezzi.

 

 

Bitcoin supera i 60 mila dollari

Il Bitcoin vola sopra i 60 mila dollari e in molti iniziano a chiedersi se questo trend rialzista sarà in grado di non sentire il peso dell’halving della criptovaluta che dovrebbe avvenire di qui a breve.

bitcoin investimento tesla

Una crescita incredibile quella di Bitcoin

Parliamo, per quel che concerne il Bitcoin, di un rialzo del 18% negli ultimi giorni e di circa il 43% su base mensile. Numeri che iniziano a pesare e che stanno portando la cripto sempre più in alto. Inutile dire che l’approvazione della Sec degli ETF sul prezzo spot di Bitcoin hanno aiutato e non poco questo a salire di valore, di riflesso. E l’halving, proprio per questi numeri, viene ora visto con maggiore attenzione dagli investitori. Ora inizia a essere considerato una occasione di ulteriore rialzo.

Quando parliamo di halving di Bitcoin intendiamo letteralmente “dimezzamento”. Questa procedura avviene ogni quattro anni e dimezza la remunerazione dei miner che aggiungono nuovi blocchi alla blockchain. Come qualsiasi analista è in grado di spiegare, questo meccanismo, insieme al limite dei 21 milioni di token, è una strategia che serve alla valuta per mantenere alto il suo valore di mercato.

L’halving attualmente previsto ad aprile sarà il quarto della storia della moneta digitale di Satoshi Nakamoto e porterà a un dimezzamento del tasso di inflazione annualizzato da circa l’1,70% a circa lo 0,85%. Pur creando qualche problema a più di un miner, questa procedura ha portato sempre negli anni la valuta a crescere. Soprattutto nei dodici mesi successivi.

Dove si arriverà con il valore?

Siamo già a 60 mila dollari, dove possiamo arrivare? Secondo gli esperti ancora più in alto. Soprattutto per la presenza di alcuni fattori macroeconomici esogeni particolarmente favorevoli. Tra di essi spicca senza dubbio l’attuale politica monetaria di BCE e FED. Sono in molti a pensare che a luglio 2024 possano esservi dei tagli del costo del denaro.

Come già anticipato poi anche l’approvazione degli EFT spot sta avendo il suo peso. Soprattutto perché apre la strada non solo a effetti a lungo termine di tipo positivo ma alla possibilità di un importante passo in avanti normativo. Favorendo gli investimenti del settore e in particolare quelli sulla valuta.

Non dobbiamo dimenticare che tassi di interesse potenzialmente più bassi insieme a particolari scenari macroeconomici possono spingere in alto la domanda. Favorendo insieme all’halving la crescita di Bitcoin. Dovremo solo fare attenzione al fatto che tutto questo possa occorrere senza sbavature di sorta.

Non dobbiamo dimenticare che questa moneta digitale sia particolarmente volatile e quindi avvezza a sorprese di ogni genere.

Bitcoin, cosa accadrà con l’halving

Cosa accadrà con l’halving di Bitcoin? Questo processo e da sempre ritenuto uno di quelli fondamentali per questa criptovaluta. La ragione sta nel fatto che rappresenta il dimezzamento della sua emissione, pianificato da Satoshi Nakamoto, il suo creatore. Ma cosa succederà?

Cosa avverrà con l’halving di Bitcoin

Per definire la scarsità di questa valuta, l’halving di Bitcoin avviene ogni quattro anni. Parliamo di uno shock periodico, diverso da un semplice rallentamento, che questa volta rispetto al passato potrebbe avere conseguenze maggiori per la valuta.

Tecnicamente alcuni esperti considerano questo processo un difetto nell’ambito della discontinuità ma lo considerano anche un ottimo mezzo di marketing a favore della valuta. Essendo infatti uno shock di tipo cadenzato quando avviene se ne parla e lo si fa a lungo. Molto di più di quello che accadrebbe se si trattasse di un processo graduale.

Il destino di Bitcoin legato a questa procedura è correlato essenzialmente alla reazione che la valuta avrà dopo la stessa. Non vi saranno criticità varie se l’halving verrà superato senza problemi. In passato questo ha dato sempre vita a cicli rialzisti della valuta. Nel caso specifico andrebbe a intervenire su un ciclo già in atto, ovvero quello aperto nel 2023.

Sono molte le variabili che agiscono sul Bitcoin e il suo andamento. Positivamente si è potuto di recente contare sull’approvazione dell’ETF Bitcoin a Wall Street. Ma non possiamo dimenticare l’effetto che hanno avuto le indagini riguardanti il volto di Binance o l’arresto del capo di FTX. Senza contare tutte le potenziali variabili di tipo geopolitico.

Cosa accadrà ai miner

L’halving di Bitcoin rappresenta comunque un momento molto importante per i miner della criptovaluta, dato che la remuneratività della stessa si dimezza. Chiunque abbia messo in piedi dei processi efficienti dovrebbe riuscire a superare questo momento senza problemi.

La riduzione dell’emissione della criptovaluta è legata solamente a esigenze di tipo economico ciò non toglie che una minore produzione impatterà anche sull’ambiente. In questo caso si parla di conseguenze di tipo positivo dato che porteranno a un minore inquinamento.

Cambiamo anche ricordare che i miner, grazie specifici incentivi, stanno sempre di più utilizzando energia prodotta in modo sostenibile per il loro lavoro. Tecnicamente parlando dopo questa procedura Bitcoin dovrebbe essere più scarso dell’oro. Fattore importante ma che viene sconsigliato come parametro da utilizzare per eventuali proiezioni della criptovaluta.

Siamo curiosi di sapere cosa accadrà dopo questo halving di Bitcoin? Come reagiranno i miner e soprattutto come reagirà il mercato delle criptovalute? Di sicuro ne accadranno delle belle.

Stellantis, a rischio stabilimenti in Italia?

Sono a rischio gli stabilimenti italiani di Stellantis? E’ questa l’impressione che si ha leggendo il botta e risposta tra il presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ceo del gruppo Carlos Tavares.

Stellantis e Governo ai ferri corti?

Al netto della diatriba verbale, il problema consta nel fatto che quel che si evince è che due degli stabilimenti più importanti di Stellantis sul territorio italiano rischiano di essere ancora più in difficoltà di quanto siano attualmente.

Gli scambi tra i due non sottintendono niente di meglio. Il botta e risposta a distanza è nato nel momento in cui il presidente del Consiglio ha iniziato a criticare alcuni comportamenti del gruppo per quel che concerne gli investimenti.

Non è fattore ignoto che Stellantis, al pari di altre aziende automotive starebbero orientando parte degli investimenti in Africa. Tutto legittimo, ovviamente, se non fosse che in Italia alcuni rami di azienda sono ancora in cassa integrazione. E quindi viene spontaneo chiedersi: perché mentre in Italia la situazione è precaria si investe da altre parti?

Il governo ha ovviamente fatto sentire la sua voce. Tavares dal canto suo ha risposto a tono. Nel corso di una intervista con Bloomberg ha cercato di rispondere a ogni accusa. E ha sottolineato che in realtà l’Esecutivo “evita di assumersi la responsabilità del fatto che, se non si danno sussidi per l’acquisto di veicoli elettrici, allora si mettono a rischio gli stabilimenti italiani”.

Il discorso sulle auto elettriche e il loro mercato è ovviamente più ampio e non riducibile solo a tale commento. Bisognerebbe chiamare in causa il parere dei sindacati e le rassicurazioni giunte da Stellantis in passato sull’occupazione.

Gli impianti potenzialmente a rischio

stellantis esordio in borsa

A essere a rischio, in base a quel che si evince, sarebbero Pomigliano e Mirafiori che producono rispettivamente Fiat Panda, suv Alfa Romeo Tonale e Dodge Hornet e Fiat 500 bev e Maserati GT e GC.

Per il ceo di Stellantis sono questi gli stabilimenti che pagano una politica di supporto non adeguata da parte del Governo Italiano. Il quale dovrebbe sostenere meglio, attraverso incentivi per l’elettrico, l’occupazione.

Sebbene sia comprensibile che Stellantis voglia rispedire al mittente le accuse, viene da chiedersi se non sottintenda di voler avere ulteriori incentivi per mantenere i due impianti aperti, quando comunque il piano di investimenti dell’azienda continua.

Non è mancata una risposta da Tavares alla Meloni anche per quel che concerne le accuse relative alla fusione tra FCA e PSA. Secondo il presidente del Consiglio più che un’operazione di questo tipo sembra essere avvenuta una cessione di FCA ai francesi.

Il problema è forse la mancanza dell’Esecutivo all’interno del cda di Stellantis?

Ita-Lufthansa, decisione rinviata a giugno

Ita Airways-Lufthansa? La decisione viene rimandata al prossimo giugno. La ragione è l’indagine approfondita voluta dalla Commissione Europea per comprendere meglio il dossier.

Ancora un rinvio per Ita

In questo modo si passa direttamente alla fase 2 dell’esame dell’Antitrust. Forse ci si aspettavano tempi meno lunghi per questa decisione riguardante Ita Airways. La decisione di aprire un’indagine approfondita sull’operazione e acquisizione del capitale nasce per via di alcune preoccupazioni legate alla concorrenza. Secondo Bruxelles infatti l’operazione potrebbe portare a una riduzione di questa su alcune rotte a lungo raggio e a corto raggio.

Il MEF ha immediatamente commentato sottolineando che l’Esecutivo continua con decisione nel percorso intrapreso, nella speranza che si possa arrivare una decisione prima del 6 giugno prossimo. La decisione della Commissione europea in merito all’operazione Ita-Lufthansa arriva per un motivo. Ovvero perché gli impegni presentati dal vettore tedesco in merito alla cessione dello slot di Linate e alcune frequenze Europa-Stati Uniti non sono state ritenute sufficienti.

Come ha sottolineato Margarethe Vestager la commissione europea vuole verificare che questa fusione non porti ha una riduzione della concorrenza e a un aumento dei prezzi. Tra gli scenari da verificare è anche quello che riguarda l’attività del vettore italiano, di Lufthansa e dei partner di Star Alliance (Air Canada e United) e come debbano essere gestiti una volta che avverrà la fusione.

La Commissione europea, quindi, vuole vederci chiaro prima di dare l’assenso a questa operazione. Non perché le due compagnie siano considerate non adatte, ma perché si vuole verificare che non vengano a crearsi situazioni scomode a livello concorrenziale all’interno del mercato.

Necessità di controlli approfonditi

Il Ministero del Tesoro e Ita Airways si aspettavano controlli di questo genere, sebbene non così approfonditi. Lufthansa continua a essere fiduciosa, sebbene sembri vagamente irritata dall’atteggiamento dell’Antitrust europeo. Ha comunque sottolineato di essere convinta che la procedura verrà autorizzata e che il vettore italiano diventerà “una parte complementare importante del sistema multi hub” tedesco.

È evidente che un’operazione di questa portata necessiti di controlli approfonditi, soprattutto data la storia passata di Alitalia. Ita è una newco ben strutturata e snellita al punto giusto per rappresentare un ottimo guadagno per Lufthansa. A tal punto che, ovviamente, l’Antitrust europeo necessita di accertarsi che non porti squilibri all’interno del mercato comunitario.

Una cosa è certa: quando si tratta del vettore italiano sembra che la possibilità di un assenso al primo colpo sia qualcosa di estremamente difficile da ottenere. Non resta altro che attendere quindi la conclusione della indagine approfondita.

Bitcoin, Sec dà via libera ad ETF

L’ETF su Bitcoin è realtà: la Sec statunitense ha dato il via libera a questo prodotto finanziario. Stupendo tutti coloro che pensavano che sarebbe arrivato un No a questa prima richiesta.

Bitcoin sale dopo annuncio

Dobbiamo ammettere che si è trattato di un sì decisamente atteso e sofferto, ma l’assenso al primo ETF legato a Bitcoin a Wall Street è arrivato con tutto ciò che questa decisione rappresenta. Il 10 gennaio rimarrà nella storia della Securities Exchange Commission e anche in quella delle criptovalute.

È questo infatti il giorno in cui la Sec ha accettato tutte le 11 domande in attesa per quel che concerne il fondo passivo o ETF fisico. E quindi garantito da collaterale sul prezzo di mercato (o spot) di Bitcoin. Inutile dire che la decisione ha portato il valore della valuta digitale di Satoshi Nakamoto a risalire sopra i 46 mila dollari, portando nuovamente sui mille miliardi di dollari la capitalizzazione della moneta.

Per ciò che riguarda le quotazioni le prossime ore saranno importanti. Soprattutto perché gli investitori possono muoversi in due direzioni. La prima è quella della ulteriore crescita sulla scia del buon momento o quella del “sell the news“, ovvero la vendita dell’asset per monetizzare dopo tanta pazienza.

Una legittimazione davvero importante

Messa da parte questa considerazione, il via libera all’ETF sul Bitcoin rappresenta davvero un momento importante nella storia finanziaria generale. E ancor più per questa valuta. In tanti fanno il paragone con il lancio del primo ETF sull’oro a Wall Street del 2004. C’è chi sostiene che a lavorare a favore dell’assenso sia stata anche la presenza della domanda, in tal senso, da parte di BlackRock che aveva sempre ricevuto sì in tal senso per gli EFT. Parliamo di ben 575 richieste andate a buon fine.

Dobbiamo ricordare che la prima domanda di ETF su Bitcoin è stata depositata nel 2018 da VanEck, che finalmente ha ricevuto anch’esso parere positivo. Va detto che la Sec, prima di aprire le porte di Wall Street al Bitcoin, ha richiesto decisamente più documentazione rispetto al passato.

Fino a ora alla Borsa di New York il Bitcoin era entrato solo con contratti future, autorizzati nel dicembre del 2017. E diversi da un ETF fisico che per sua natura, replicando un prezzo spot obbliga gli emittenti ad acquistare il collaterale seguendo la crescita della domanda. Ma ancor più importante, con il sì della Sec la valuta ottiene una legittimazione davvero importante. La quale potrà rappresentare un’ottima base per rendere questa crypto ancora più attraente agli occhi degli investitori istituzionali.

 

 

Bitcoin cala sotto pressione approvazione Etf

Il Bitcoin sente la pressione legata all’approvazione degli ETF e arriva a perdere fino al 9,2%, scendendo al di sotto dei 41.000 dollari.

Il calo di Bitcoin dettato dall’incertezza

È indubbio che questo passaggio sia importante per la valuta ideata da Satoshi Nakamoto e in generale per il mondo delle criptovalute. Ancora una volta il Bitcoin ci dimostra come anche solo l’attesa di una decisione importante per il suo futuro possa influenzare il suo andamento.

Ecco quindi che, in parte inaspettatamente, già dai primi giorni di gennaio è possibile essere testimoni di una pressione al ribasso. Soprattutto per quel che riguarda la valuta in questione. Un vero peccato, dato il fatto che solo 24 ore prima del calo aveva raggiunto i 45.000 dollari. Praticamente il suo picco degli ultimi 21 mesi. Nel momento in cui stiamo scrivendo il valore è già nuovamente risalito, anche se non al suo massimo.

Non stupisce, in generale, che il Bitcoin possa salire e scendere in maniera improvvisa. E sicuramente anche in questo caso sono diversi i fattori che hanno concorso a questa tipologia di andamento. Ma è impossibile non dare la giusta rilevanza all’attesa della imminente decisione della Sec, la Security and Exchange Commission statunitense per quel che riguarda il lancio di un ETF legato a Bitcoin.

Questo tipo di prodotto finanziario è stato pensato generalmente per tenere traccia di un indice, di obbligazioni, di una merce o di un paniere di attività. Gli ETF danno modo agli investitori di vendere o acquistare quote di un fondo durante la sessione di mercato in qualsiasi momento Sfruttando una flessibilità maggiore rispetto a quel che succede coi fondi comuni di investimento i cui scambi avvengono solo a fine giornata.

Importante la posizione della Sec

A cosa porterebbe un ETF legato a Bitcoin? Senza dubbio renderebbe più semplice l’accesso a questa criptovaluta per gli investitori tradizionali. Questi infatti potrebbero non amare particolarmente eseguire degli scambi direttamente in Bitcoin.

Tra l’altro un’approvazione di questo prodotto da parte della Sec potrebbe davvero rivelarsi un apripista nei confronti della legittimazione di questa valuta digitale all’interno dei mercati finanziari di tipo tradizionale. È per questa ragione che il mercato delle criptovalute segue da vicino questo processo.

Se la Sec dovesse esprimere parere positivo, di sicuro la fiducia degli investitori nelle criptovalute potrebbe aumentare. Le posizioni sono differenti: c’è chi pensa che la Sec avrà il coraggio di fare questo passo e chi pensa invece che le richieste verranno respinte al momento, per poi provvedere a una approvazione successivamente. Ed è proprio questa incertezza sui tempi che spinge la volatilità del Bitcoin.