I bond islamici surclassano ancora i titoli dei mercati emergenti

di Simone Commenta

 Islam batte emergenti due a zero: si potrebbe riassumere in questo modo, con termini calcistici, l’ottimo momento che stanno vivendo le obbligazioni islamiche (i cosiddetti “Sukuk”), capaci di superare il debito dei principali mercati emergenti per il secondo mese consecutivo, una “vittoria” agevolata sicuramente dalle nuove vendite di tali titoli, dal potenziamento di spesa da parte della Malesia e dalla ritrovata fiducia economica nel Golfo Persico. Gli strumenti finanziari conformi alla legge della Shariah hanno reso l’1,2% nel corso di questo mese di dicembre, così come è emerso in maniera netta dalle rilevazioni dell’indice Hsbc/Nasdaq Dubai Us Dollar Sukuk, mentre i bond collegati alle regioni in via di sviluppo sono calati di 0,7 punti percentuali.


Tra l’altro, i rendimenti di questi ultimi titoli sono declinati anche a causa della crescita delle obbligazioni del Tesoro americano. Un altro dato interessante è poi quello relativo alle vendite di debito islamico, aumentate del 34% nella seconda metà dell’anno e ben sostenute dall’accordo di settembre che ha consentito a Dubai World di ristrutturare le proprie perdite finanziarie. Le nazioni emergenti, inoltre, hanno sofferto enormemente i flussi netti in uscita e questa situazione si è verificata per ben tre settimane consecutive.

Mohd Noor Hj A Rahman, a capo dell’unità per la gestione dei fondi presso OSK-UOB Unit Trust Management, ha un’idea preciso a tal proposito; in effetti, la domanda per i Sukuk starebbe distanziando con decisione l’offerta, grazie a un miglior outlook per l’intera regione, il quale sta convincendo sempre di più gli investitori. Le vendite globali degli stessi Sukuk, i quali pagano dei rendimenti che vanno a basarsi sui flussi degli assets oltre al relativo interesse, sono calate del 24% nel 2010 attestandosi a quota 15,3 miliardi di dollari. Un buon sostegno potrebbe giungere ora dal piano di stimoli economici approntato dall’Arabia Saudita, con ben 384 miliardi di dollari a disposizione del regno asiatico.

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