Anche l’Azerbaigian si avvicina al mondo della finanza islamica

di Simone Commenta

C’è posto anche per la repubblica dell’Azerbaigian nel vasto mondo della finanza islamica: lo stato eurasiatico intende infatti allinearsi al Kazakistan per quel che concerne l’introduzione di strumenti finanziari rispettosi della legge della Shariah. Le previsioni più attendibili parlando dei mesi autunnali come quelli probabili per il lancio in questione, con l’impegno in prima persona della Banca Internazionale, il principale istituto di credito del paese. Si tratta della conferma che la nazione azera si sta evolvendo parecchio da questo punto di vista, anche se in maniera lenta. Nel dettaglio, la International Bank of Azerbaijan aprirà a breve un proprio ufficio specializzato proprio nell’offerta di servizi bancari islamici, in modo da venire incontro alla maggioranza della popolazione, la quale è di religione musulmana sciita.

Come è noto, i prodotti islamici vietano, tra le altre cose, le speculazioni, ma soprattutto gli interessi sui prestiti, ma le banche dell’ex repubblica sovietica sono ancora piuttosto indietro in tal senso. L’introduzione di sukuk e altri titoli sarà quindi graduale e ovviamente non andrà a influenzare o violare la costituzione e la legislazione bancaria: bisogna infatti pensare all’Azerbaigian come un paese secolare, in cui gli istituti di credito operano adottando degli schemi classici. Entro la fine di questo mese verrà selezionata una società di consulenza, così da avere un valido riferimento per la creazione della filiale in questione: la scelta ricadrà con tutta probabilità su quattro compagnie, vale a dire Ernst&Young/Baker McKenzie, Price WaterHouse/Salans, Pinsent Masons ed Ekvita. Questo interesse per la finanzia islamica non riguarda però solamente questa banca di stampo internazionale.

In effetti, ad aprile c’è stata la proposta da parte di Nikoil Bank, ma anche Amrahbank è in pole position per quel che concerne questo segmento finanziario. Secondo gli esperti locali, gli interessi sui prestiti rimarranno al di sopra del 20%, un gravame fiscale eccessivo per le imprese, ma l’impegno è quello di diminuire il più possibile i rischi e adeguarsi di conseguenza.

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