Crowd funding: gli italiani non investono

di Daniele Pace Commenta

Questa forma di investimento nasce da esigenze pratiche, etiche e innovative, e prevede una sorta di ricompensa all'investitore

Il Crowd funding sta avendo molto successo nei paesi anglosassoni, ma molto meno in Italia. Questa forma di investimento nasce da esigenze pratiche, etiche e innovative, e prevede una sorta di ricompensa all’investitore, in cambio della somma versata, anche piccola. Non si tratta dunque del classico investimento, ma di un modo per aiutare un determinato progetto, ricevendo in cambio un qualcosa che non deve essere per forza monetario. Parliamo infatti di investimenti alternativi, fatti per anche per non ottenere in cambio. La “rendita” o renumerazione fruttifera dell’investimento infatti, può essere una parte delle azioni della società, così come una parte del bene prodotto, o dei compensi in regalie, a seconda dell’importo versato. Una startup che volesse mettere su una fabbrica di un nuovo prodotto tecnologico, potrebbe infatti promettere lo stesso bene, una volta prodotto ed avviata la macchina produttiva. La Consob ha seguito fin da subito l’eoluzione del crowd funding, che però nel nostro paese stenta a decollare, e non solo per motivi di presenza informatica minore, rispetto agli USA o alla Gran Bretagna, ma anche per abitudine e usanza consolidate. I cittadini dei paesi anglosassoni, sono infatti più avvezzi alle donazioni, anche a individui, per lanciare business di qualsiasi tipo. Non a caso, solo il 19% degli intervistati italiani, si dice pronto a versare denaro nel crowd funding, e solo il 26% sa di cosa si tratta, eppure in America, questa forma di finanziamento, sta facendo aprire numerose e nuove attività.

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