Euro digitale, come cambierebbero gli investimenti

L’euro digitale potrebbe essere più vicino di quel che pensiamo. Come cambierebbero in tal senso gli investimenti e il modo di condurli?

Cosa è l’euro digitale

Il Parlamento Europeo ha recentemente compiuto un passo importante nel percorso verso l’introduzione dell’euro digitale, aprendo la strada alla creazione di una nuova forma di moneta elettronica. Di tipo pubblico e destinata ad affiancare il contante e gli strumenti di pagamento tradizionali.

Si tratta di un progetto promosso dalla Banca Centrale Europea con l’obiettivo di modernizzare il sistema dei pagamenti nell’area euro e rafforzare l’autonomia finanziaria dell’Unione in un contesto sempre più digitale.

L’euro digitale sarà una versione elettronica della moneta unica, emessa direttamente dalla Bce e quindi garantita dalla stessa istituzione che oggi emette le banconote. Questo significa che avrà lo stesso valore dell’euro in contanti, ma potrà essere utilizzato tramite strumenti digitali, come applicazioni o portafogli elettronici. Non si tratta di una criptovaluta privata né di un investimento speculativo, bensì di moneta pubblica in formato digitale, pensata per effettuare pagamenti quotidiani in modo semplice e sicuro.

Dal punto di vista pratico, cittadini e imprese potranno conservare euro digitali in un wallet e usarli per pagamenti nei negozi fisici, online o per trasferire denaro tra persone in tempo reale. È prevista anche la possibilità di effettuare pagamenti offline, avvicinando l’esperienza a quella del contante. L’euro digitale non sostituirà le banconote, ma le affiancherà, lasciando ai cittadini la libertà di scegliere come pagare.

Potenziali effetti sugli investimenti

Oltre agli effetti sui pagamenti, l’introduzione dell’euro digitale potrebbe avere conseguenze rilevanti anche sul mondo degli investimenti. Essendo una forma di moneta sicura e garantita dalla banca centrale, potrebbe rappresentare un’alternativa ai depositi bancari tradizionali, soprattutto in periodi di incertezza finanziaria.

Tuttavia, per evitare un eccessivo spostamento di fondi dalle banche commerciali verso i portafogli digitali della Bce, si stanno valutando limiti di detenzione o meccanismi che rendano l’euro digitale meno attraente come strumento di risparmio a lungo termine.

Per gli investitori, la presenza dell’euro digitale potrebbe modificare gli equilibri del sistema finanziario. Le banche potrebbero dover adattare i propri modelli di raccolta e offrire condizioni più competitive su conti e prodotti di investimento. Allo stesso tempo, un’infrastruttura di pagamento più efficiente e integrata a livello europeo potrebbe favorire lo sviluppo di nuovi servizi finanziari digitali, fintech e strumenti di investimento innovativi.

Nel lungo periodo potrebbe contribuire a una maggiore stabilità del sistema, riducendo la dipendenza da operatori privati internazionali nei pagamenti elettronici. Per i mercati finanziari, questo significa operare in un ambiente più integrato e potenzialmente più trasparente. Tuttavia, molto dipenderà dalle regole definitive che accompagneranno il lancio della nuova moneta digitale.

Senza dubbio una simile valuta rappresenta un’evoluzione della moneta unica verso l’era digitale. Non nasce come strumento di investimento, ma la sua introduzione potrebbe influenzare indirettamente il modo in cui cittadini e imprese gestiscono risparmi, liquidità e strategie finanziarie.

Dazi e Groenlandia, accordo tra USA e Nato

Accordo sui dazi tra Nato e Stati Uniti in merito alla Groenlandia. Può essere riassunto così ciò che è successo nella notte, ma cosa sappiamo veramente?

sospensio dazi america

La questione dazi e la Groenlandia

Negli ultimi giorni si era fatta sempre più calda la situazione tra Stati Uniti ed Europa sui dazi commerciali legati alla questione della Groenlandia. Parliamo di un tema complesso, che intreccia economia, geopolitica e risorse naturali. Ma che potrebbe avere conseguenze concrete per i rapporti transatlantici e per il commercio globale.

La Groenlandia, territorio autonomo legato al Regno di Danimarca, è da tempo al centro dell’interesse internazionale per la sua posizione strategica e per la ricchezza di materie prime presenti nel suo sottosuolo.

Terre rare, minerali critici e potenziali risorse energetiche rendono l’isola sempre più importante in un contesto globale segnato dalla competizione tecnologica e dalla transizione energetica. In questo scenario, gli Stati Uniti hanno mostrato una crescente attenzione verso l’area. Con toni decisamente non buoni da parte di Donald Trump. Mentre l’Unione Europea rivendica un ruolo chiave sia per i legami storici con la Danimarca sia per la sicurezza delle proprie filiere industriali.

Le tensioni commerciali sono emerse soprattutto sul tema dei dazi e delle barriere all’importazione di materie prime e prodotti strategici collegati allo sfruttamento delle risorse groenlandesi. Da un lato, Washington ha spinto per condizioni favorevoli alle proprie aziende, dall’altro Bruxelles ha cercato di tutelare il mercato europeo e di evitare squilibri concorrenziali.

Questo confronto ha alimentato il rischio di nuove frizioni, in un momento in cui entrambe le sponde dell’Atlantico avrebbero invece interesse a rafforzare la cooperazione.

Un accordo inaspettato a Davos

donald trump vuole taglio tassi di 100 punti

Il potenziale accordo di cui si discute rappresenterebbe un tentativo di superare queste divergenze. L’idea di fondo sarebbe quella di armonizzare i regimi tariffari, riducendo o eliminando alcuni dazi legati ai prodotti strategici provenienti o collegati alla Groenlandia, in cambio di regole condivise su investimenti, sostenibilità ambientale e sicurezza degli approvvigionamenti.

Un’intesa di questo tipo permetterebbe di limitare la competizione interna tra alleati e di presentarsi in modo più compatto sullo scenario internazionale. Questo è quello che sarebbe auspicabile.

Naturalmente, restano ancora molti nodi da sciogliere. Per il momento è possibile sottolineare come Donald Trump, in merito ai dazi, sembra essere sceso a conclusioni più adeguate. Sarà di certo interessante capire nei prossimi giorni quale accordo sua stato realmente raggiunto a Davos.

Soprattutto perché l’atteggiamento del presidente degli Stati Uniti e del suo governo ha portato negli ultimi tempi a una escalation geopolitica che ha visto la Danimarca e alcuni paesi europei appartenenti alla Nato inviare truppe in Groenlandia per potenziarne la difesa militare.

Rincari dal 1° gennaio 2026, ecco quali

Nuovi rincari a partire dal 1 gennaio 2026 colpiranno i portafogli degli italiani. E non sono moltissimi i settori che si salvano da questo attacco.

Ecco i nuovi rincari del 2026

Non si tratta di singoli piccoli ritocchi, ma di misure introdotte dalla Legge di Bilancio 2026 e da altri provvedimenti che, combinati, comportano una maggiore spesa per famiglie e imprese.

Il primo settore che ha subito un impatto diretto è quello dei carburanti. Per effetto dell’allineamento delle accise sulla benzina e sul gasolio, previsto dalla legge di bilancio, il gasolio è diventato più caro. Le accise su questo carburante sono state aumentate di 4,05 centesimi di euro al litro, con un impatto di circa 2,5 centesimi anche sul prezzo alla pompa includendo l’IVA. Per un pieno da 50 litri di gasolio si stima un costo extra di circa 2,47 euro rispetto alla fine del 2025: un aggravio che, se si fanno due pieni al mese, si traduce in quasi 60 euro all’anno per automobile. Questo aumento colpisce direttamente chi guida auto diesel e indirettamente chi dipende da trasporti su gomma.

Sui prodotti del tabacco i rincari sono altrettanto concreti. Le nuove accise previste per il 2026 portano a un aumento del prezzo dei pacchetti di sigarette di circa 15 centesimi ciascuno in media. Mentre il tabacco trinciato può arrivare ad aumentare fino a 50 centesimi sul prezzo medio del pacchetto. Anche le sigarette elettroniche e i liquidi con o senza nicotina vedono incrementi tariffari. E i primi aumenti sono nell’ordine di pochi centesimi sui singoli prodotti, più un incremento percentuale per i liquidi per le sigarette elettroniche.

Anche i servizi costeranno di più

Non solo carburante e tabacco. Anche servizi e tariffe entrano nel novero dei rincari. I pedaggi autostradali sono stati adeguati all’inflazione con un aumento medio dell’1,5%, rendendo più costosi gli spostamenti su molte tratte italiane. Insieme a questi, sale anche la tassa di soggiorno applicabile dai comuni fino a 2 euro a notte per chi alloggia nelle strutture ricettive, una novità che può incidere sui costi delle vacanze in città d’arte e località turistiche.

Altri aumenti meno visibili ma non meno reali riguardano il mondo delle assicurazioni auto. L’aliquota fiscale sulle polizze accessorie, come quelle contro infortuni del conducente o per assistenza stradale, è passata al 12,5%, con conseguente maggiore costo per chi rinnova o stipula nuove coperture.

Queste misure, nel loro complesso, secondo associazioni di consumatori comporteranno una stangata complessiva stimata in circa 900 milioni di euro sulle tasche degli italiani nel corso del 2026. Non si tratta solo di numeri, ma di cambiamenti concreti che spingono a ripensare la gestione delle spese quotidiane.

Amazon, niente investimento droni in Italia

Amazon non investirà nella consegna con i droni in Italia. E le ragioni sono decisamente valide da diversi punti di vista. Rendendo impossibile l’attivazione di questo servizio.

investimento di Amazon sui droni di consegna

I progetti di Amazon legati alle consegne con i droni sono stati presentati come una possibile innovazione capace di rendere gli acquisti online ancora più rapidi. L’idea di ricevere un pacco direttamente dal cielo in pochi minuti ha acceso la curiosità di molti, ma in Italia questa soluzione non è mai stata adottata. L’azienda ha infatti deciso di non introdurre il servizio nel nostro Paese (almeno per ora) a causa di una serie di motivazioni pratiche e normative.

Uno dei principali motivi riguarda le regole che disciplinano il volo dei droni. In Italia l’uso dello spazio aereo è sottoposto a controlli molto stringenti, soprattutto quando si parla di aree urbane. La sicurezza delle persone è un aspetto centrale e autorizzare voli frequenti sopra case, strade e luoghi pubblici richiederebbe procedure complesse e sistemi di controllo molto avanzati. Per Amazon questo significherebbe affrontare costi elevati e una gestione complicata, rendendo il servizio meno efficace rispetto alle aspettative.

Anche il territorio italiano gioca un ruolo importante in questa decisione. Le nostre città sono spesso caratterizzate da edifici ravvicinati, quartieri affollati e centri storici con spazi limitati. In un contesto simile, far muovere e atterrare i droni in modo sicuro non è semplice. Questo tipo di tecnologia è più adatto a zone con ampi spazi aperti, dove i rischi di collisione o di incidenti sono minori. Inoltre, le condizioni meteorologiche variabili, come vento forte o piogge improvvise, possono compromettere la regolarità delle consegne aeree.

Privacy e reazione delle persone

Un altro aspetto da considerare è la reazione delle persone. La presenza di droni che sorvolano le abitazioni potrebbe creare preoccupazioni legate alla privacy e al rumore. Molti cittadini potrebbero percepire questi dispositivi come invasivi o fastidiosi. Amazon, che basa gran parte del suo successo sulla fiducia dei clienti, tende a evitare soluzioni che potrebbero generare malcontento o polemiche.

Se però il servizio dovesse essere attivato in futuro, il suo funzionamento sarebbe piuttosto intuitivo. I droni verrebbero impiegati per consegnare pacchi di piccole dimensioni e peso ridotto. Dopo aver effettuato un ordine online, il sistema verificherebbe se l’indirizzo del cliente è adatto a questo tipo di consegna. In caso positivo, il pacco partirebbe da un centro logistico vicino e il drone volerebbe in modo autonomo seguendo un percorso prestabilito, per poi depositare il pacco in un’area sicura.

Al momento, quindi, Amazon in Italia continua a concentrarsi sulle consegne tradizionali, investendo nel miglioramento della rete logistica e nella rapidità dei corrieri.

Ariston riporta Riello in mani italiane

Ariston Group riporta Riello in mani italiane. Ha completato, infatti, l’accordo per acquisire il 100% di Riello. Di fatto spostando nuovamente nel nostro Paese un marchio storico che da anni operava sotto controllo straniero.

Ariston acquisisce un marchio storico italiano

La transazione, del valore di circa 289 milioni di euro, è stata siglata con le società controllate da Carrier Global Corporation, l’azienda statunitense cui Riello apparteneva fino ad ora. L’operazione dovrebbe concludersi ufficialmente entro la fine del primo semestre del 2026, dopo il consueto processo di closing e le autorizzazioni normative previste.

Riello, fondata nel 1922 a Legnago, in provincia di Verona, è un nome storico nel settore del comfort climatico e delle tecnologie di combustione, con marchi come Riello e Beretta conosciuti in Italia e all’estero. Negli ultimi anni l’azienda aveva fatto parte del gruppo americano Carrier. Ma con l’acquisizione da parte di Ariston Group torna sotto controllo italiano. Una scelta che molti osservatori leggono non solo come un’operazione commerciale, ma anche come un momento di rilievo per l’industria nazionale.

L’accordo prevede l’integrazione di tutte le attività di Riello, comprese le strutture produttive in Italia e all’estero, i centri di ricerca e sviluppo e i circa 1.150 dipendenti che fanno parte del gruppo. Circa metà di queste risorse lavorano in Italia, e il mantenimento dei marchi storici e delle reti di vendita consolidate è stato ribadito come elemento centrale dell’operazione. Anche dopo il passaggio di proprietà, Riello e Beretta continueranno a operare con le loro identità, pur all’interno della più ampia struttura di Ariston.

Vittoria per il Made in Italy

Il ritorno di Riello in mani italiane è stato accolto con favore da istituzioni e operatori del settore. Il Ministro Urso ha sottolineato come l’acquisizione rafforzi il Made in Italy nel campo delle tecnologie per il comfort abitativo. Proteggendo un asset industriale significativo da possibili acquisizioni straniere, anche di soggetti provenienti da economie molto competitive.

Dal punto di vista strategico, per Ariston Group questa operazione rappresenta un passo importante nella sua crescita globale. Riello porta con sé competenze tecniche, una rete di distribuzione e una presenza consolidata in diversi mercati, elementi che Ariston intende valorizzare per rafforzare la propria offerta e ampliare la propria portata commerciale, in particolare nei segmenti industriali e nordamericani, dove Riello ha già una presenza significativa.

Per i lavoratori e per i territori in cui Riello è radicata, l’acquisizione potrebbe portare nuove prospettive di sviluppo e continuità. Il fatto che l’operazione sia realizzata da una realtà italiana è considerato da molti un segnale forte della volontà di preservare competenze, know-how e posti di lavoro all’interno del sistema italiano.

 

Microsoft e Nvidia investono su AI Anthropic

Microsoft e Nvidia hanno annunciato un importante investimento congiunto in Anthropic, la startup di intelligenza artificiale che ha sviluppato il modello Claude. Scopriamone insieme i dettagli.

Microsoft e Nvidia in prima linea

Da quel che è stato reso noto Microsoft si è impegnata a fornire fino a 5 miliardi di dollari, mentre Nvidia ha stanziato fino a 10 miliardi, per un totale di 15 miliardi nell’operazione. Contestualmente Anthropic ha garantito di acquistare oltre 30 miliardi di dollari di capacità di elaborazione sul cloud Microsoft Azure.

Un accordo che sembra fare felici tutti e che nasce da più motivi strategici. Da un lato, Microsoft intende diversificare il suo ecosistema AI, non limitandosi più esclusivamente a OpenAI, con cui ha già forti legami. In questo modo Microsoft amplia le sue offerte, rendendo i modelli Claude disponibili ai clienti aziendali su Azure AI Foundry e integrandoli nelle sue soluzioni come GitHub Copilot e Microsoft 365.

Dall’altro, Nvidia vede in Anthropic un partner ideale per usare al meglio l’hardware. L’intesa prevede un lavoro congiunto di progettazione fra i due gruppi per ottimizzare sia i modelli di AI, sia le architetture delle sue future GPU. In particolare, Anthropic userà fino a 1 gigawatt di potenza di calcolo con i sistemi Nvidia Grace Blackwell e Vera Rubin, una misura enorme che richiede chip molto specializzati.

Le conseguenze di questo investimento potranno essere profonde e di vasta portata. Prima di tutto, l’alleanza rafforza la posizione di Anthropic come uno dei principali concorrenti di OpenAI nel panorama dell’AI generativa.

Un sistema che potrebbe funzionare

Avere dietro Microsoft e Nvidia significa non solo più risorse, ma anche un’infrastruttura stabile per crescere rapidamente. Questo potrebbe accelerare lo sviluppo di Claude, migliorando le sue prestazioni, la scalabilità e l’efficienza nei costi, grazie al lavoro con Nvidia sul piano hardware-software.

Per Microsoft, l’operazione rappresenta una scommessa sull’importanza dei modelli AI frontier. Offrendo Claude su Azure, l’azienda può attrarre più imprese che cercano modelli avanzati ma vogliono restare dentro l’ecosistema Microsoft.

Inoltre, la domanda di capacità di calcolo generata da Anthropic (per decine di miliardi) rafforza il business di Azure, consolidando il suo ruolo di fornitore chiave nel mercato del cloud per l’IA. Per Nvidia, invece, l’accordo garantisce un cliente strategico a lungo termine per la sua linea di chip AI di fascia alta, oltre a una collaborazione tecnica che può migliorare la progettazione delle sue architetture future.

Alcuni esperti parlano però di un problema di “dipendenza circolare” che potrebbe presentarsi. Con conseguente imponenti in caso di eventuali esposizioni negative.

Bper e Bps, approvata fusione

Bper e Bps hanno trovato una quadra e la fusione ha trovato approvazione. Con questo accordo la mappa bancaria italiana subisce un cambiamento che di sicuro lascerà il segno.

Cosa succede tra Bper e Bps

Bper Banca e Banca Popolare di Sondrio hanno approvato il progetto di fusione che porterà all’integrazione della seconda all’interno del gruppo Bper. Si tratta di una tappa significativa nel processo di consolidamento del settore bancario italiano e di un passo decisivo per la banca modenese. Quest’ultima punta, infatti, a rafforzare la propria presenza sul territorio. E ad aumentare la competitività in un mercato sempre più concentrato.

Secondo le informazioni diffuse dalle due banche, la fusione è pensata per generare benefici economici rilevanti. Le sinergie di costo sono stimate in circa 190 milioni di euro all’anno prima delle imposte, grazie a una gestione più efficiente delle strutture e alla razionalizzazione delle sedi operative.

A queste si sommano le sinergie di ricavo, pari a circa 100 milioni di euro annuali, che dovrebbero derivare da una rete commerciale più ampia e da una maggiore capacità di offrire servizi integrati. Come investimenti, assicurazioni e credito specializzato.

Tutto ciò ha però un costo di integrazione stimato in circa 400 milioni di euro lordi, distribuito tra il 2025 e il 2026. La fusione, in base alla road map, dovrebbe diventare effettiva nella seconda metà di aprile 2026, dopo l’approvazione da parte delle assemblee straordinarie dei soci e il via libera delle autorità di vigilanza.

Il rapporto di cambio stabilito tra le due società è di 1,45 azioni Bper per ogni azione ordinaria della Popolare di Sondrio, definendo così le basi dell’operazione anche dal punto di vista azionario.

Le conseguenze sul personale bancario

Il progetto include un piano di razionalizzazione della rete, con la chiusura o l’accorpamento di circa 90 filiali situate soprattutto nel Centro e nel Nord Italia, fatta eccezione per la provincia di Sondrio. E’ stato in tal guisa stabilito un piano di uscita volontaria che coinvolgerà circa 800 dipendenti per sostenere il ricambio generazionale e assicurare una transizione equilibrata tra le due strutture.

Le direzioni di Bper e di Bps hanno descritto la fusione come una “leva strategica per accelerare la crescita e creare valore per tutti gli stakeholder”. L’obiettivo è costruire un gruppo più solido e competitivo, capace di sfruttare le economie di scala, ridurre i costi e ampliare l’offerta ai clienti. Per i clienti ciò dovrebbe corrispondere in un accesso a servizi migliori e a un’offerta finanziaria più diversificata.

Saranno le due banche in grado di gestire l’integrazione senza problemi? Riusciranno a garantire continuità operativa? Sono tutte domande alle quali il tempo sarà in grado di dare una risposta.

Amazon automatizza. Meno lavoratori?

Amazon automatizza seguendo il progresso tecnologico. Ma questo rischia di tradursi in meno lavoratori? Sembrerebbe di sì, almeno stando ad alcune fonti provenienti dall’estero.

A cosa porta l’automatizzazione in Amazon

La trasformazione in atto all’interno di Amazon potrebbe segnare un importante punto di svolta nel mondo del lavoro. Secondo documenti interni emersi di recente,  la società avrebbe l’obiettivo di evitare l’assunzione di circa 600.000 lavoratori negli Stati Uniti entro il 2033. Come? Grazie all’impiego crescente di robot e sistemi automatizzati.

Attenzione, si parla di evitare assunzioni, non licenziamenti. Da questo punto di vista Amazon potrebbe salvarsi dalle critiche. Il problema è che da un punto di vista occupazionale, la questione potrebbe avere le stesse conseguenze. L’azienda, già da tempo attiva nell’automazione dei suoi magazzini con bracci robotici, veicoli autonomi per spostare merci e sistemi intelligenti che ottimizzano i flussi logistici, sta ora accelerando questo processo. Investimenti importanti.

Ad esempio, l’azienda ha superato il milione di robot operativi nei suoi impianti, avvicinandosi al numero di lavoratori umani nei suoi centri di logistica. Nei documenti citati dai media si legge che Amazon punta ad automatizzare fino al 75% delle proprie operazioni.

In concreto, in alcuni nuovi impianti tipo è già apparso un modello con un numero molto inferiore di lavoratori rispetto ai centri tradizionali. Ne è un esempio quello di Shreveport (Louisiana) con un calo del personale necessario stimato fra il 25% e il 50% grazie ai robot.

Cosa accadrà all’occupazione

Dal punto di vista dell’occupazione, se vengono “evitate” assunzioni future per centinaia di migliaia di lavoratori, si pone la questione non solo del numero di posti persi, ma anche del tipo di impieghi che resteranno. I ruoli più sicuri sembrano quelli che richiedono competenze tecniche, supervisione robotica, manutenzione o progettazione dei sistemi automatizzati.

Da un lato Amazon sottolinea che l’automazione “non elimina posti di lavoro”, ma cambia la natura delle mansioni. Quella che un tempo era un’attività manuale può diventare un’attività di supervisione o supporto tecnico. Non tutte le persone impattate potranno facilmente ricollocarsi in lavori più qualificati.

Non dobbiamo dimenticare che la riconversione richiede formazione, tempo e opportunità locali. C’è il rischio che l’automazione generi accentuazione delle disuguaglianze, concentrando benefici produttivi su chi controlla la tecnologia e lasciando indietro chi svolgeva i compiti “ripetitivi”.

Probabilmente entro il 2030 potremmo vedere un numero significativamente inferiore di lavoratori tradizionali nei grandi gruppi della logistica di Amazon a favore di una forza lavoro ridotta ma più specializzata. La vera domanda riguarda il modo in cui questa transizione verrà realmente affrontata.

Bper e Bps, venti di fusione

Venti di fusione tra Bper e Bps. Un ottima mossa dal punto di vista bancario ma una decisione che potrebbe portare ad alcune problematiche occupazionali.

Offerta di scambio volontaria di Bper

La fusione tra Bper e Bps si inserisce di diritto tra le operazioni più rilevanti del settore bancario italiano degli ultimi anni, per dimensioni, impatti territoriali e strategia. L’idea di fondo è che Bper voglia acquisire il controllo della Popolare di Sondrio e integrarla al proprio gruppo con l’obiettivo di rafforzarsi, guadagnare efficienza e offrire un servizio più ampio e competitivo.

L’accordo si basa su un’offerta pubblica di scambio volontaria promossa da Bper che ha offerto per ogni azione della Popolare di Sondrio 1,450 azioni ordinarie di Bper di nuova emissione. Questo rapporto di scambio include un premio di circa il 6,6% rispetto ai valori di mercato al momento dell’annuncio.

Anche se, nelle settimane successive, a causa dell’andamento dei corsi azionari, è emerso uno sconto implicito rispetto al prezzo in un giorno specifico successivo.

Bper punta ad acquisire almeno la maggioranza del capitale sociale di Bps. L’obiettivo iniziale era superare il 50%, ma l’offerta prevede come opzione minima una partecipazione del 35% più una azione, che comunque darebbe la capacità di esercitare una forte influenza. In effetti, BPER ha già raccolto adesioni tali che oggi detiene circa il 58,5% di Bps.

Un punto chiave è la soglia di oltre due terzi del capitale sociale perché, raggiungendo quella quota, Bper sarebbe in grado di deliberare la fusione, modificare lo statuto e approvare le decisioni straordinarie senza bisogno del consenso degli azionisti di minoranza che si oppongono.

Se poi la partecipazione diventasse almeno del 90%, si darebbe anche spazio al delisting di BPS, ovvero all’uscita della banca valtellinese dalla Borsa.

Sinergie e risparmi di valore

Dal punto di vista economico le sinergie attese, ovvero i risparmi e i benefici derivanti dall’integrazione, sono consistenti. Bper stima che con la fusione si potranno realizzare sinergie per circa 290 milioni di euro entro il 2027. I costi una tantum per attuare la fusione sono invece stimati in circa 400 milioni di euro.

C’è anche grande attenzione agli aspetti territoriali e umani, cioè al rapporto con i territori dove Bps è storicamente presente, alla salvaguardia del personale e al valore del marchio.

Bper ha fatto sapere di non voler “svuotare” la Popolare di Sondrio, ma piuttosto valorizzare la sua identità locale, mantenere una struttura creditizia territoriale nella zona di Sondrio e incorporare il personale con criteri che prevedono uscite volontarie, pensionamenti o prepensionamenti. Sarà davvero così?

Nell’ambito del piano industriale, l’attenzione alla digitalizzazione e all’innovazione è centrale, con investimenti previsti per migliorare servizi, infrastrutture e gestione dei sistemi. L’idea è quella di superare il concetto di fusione parlando di una trasformazione che cerca di combinare la solidità e la capillarità locale di Bps con la dimensione, gli investimenti e la capacità di innovazione di Bper.

Salari, Giorgetti invita le imprese ad aumentarli

Per quel che riguarda i salari il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha lanciato un invito alle imprese. Quale? Quello di aumentarli.

Proposta interessante in materia di salari

Intervenendo in Senato nel corso del dibattito sul Documento programmatico di finanza pubblica (DFPF), Giorgetti ha affermato che lo Stato ha già fatto la sua parte con le risorse per la pubblica amministrazione. Quindi ora spetta al settore privato “fare la propria parte” e rivedere i salari al rialzo.

Dobbiamo sottolineare che le parole del ministro coinvolgono un contesto che il governo presenta come impegnativo ma con margini di manovra. Giancarlo Giorgetti sostiene che l’economia italiana crescerà dello 0,5% nel 2025 e dello 0,7% nel 2026. Previsioni che implicano uno scenario in cui è possibile sostenere politiche salariali più generose.

Il suo monito rivolto alle imprese private non lascia comunque spazio a dubbi. Non basta che lo Stato dia un contributo, serve che le aziende concorrano attivamente a migliorare il reddito dei lavoratori.

Dietro questo appello, ovviamente, c’è una logica politica ed economica precisa. Da un lato aumentare i salari può avere effetti benefici sui consumi: redditi maggiori spingono la domanda interna, dando respiro al sistema produttivo. Dall’altro lato c’è un forte messaggio simbolico. Ovvero quello di riconoscere il ruolo del lavoro in un momento in cui i cittadini avvertono il peso dell’inflazione e delle spese quotidiane. In questo senso Giorgietti invita le imprese ad agire per rilanciare il Paese.

Detto ciò bisogna pensare a tutte le tipologie di imprese e quindi ai limiti reali presenti in alcuni casi. Non tutte le aziende hanno le stesse capacità di sostenere incrementi salariali, specie in settori esposti a costi elevati o con margini stretti. Senza contare la presenza del carico fiscale e i costi dell’energia, delle materie prime e della logistica.

Possibile supporto dal governo

Giancarlo Giorgetti ha fatto sapere che il governo sta valutando interventi per favorire “aumenti detassati” nei prossimi rinnovi dei contratti, destinando risorse pubbliche per rendere più conveniente un aumento dei salari nelle imprese. Se questo dovesse avvenire potrebbe aiutare nell’esecuzione di questo particolare intervento.

Detto ciò è palese che questo invito sia legato al fatto che si discuterà a breve della prossima legge di bilancio. E che in una fase come quella attuale, dove si deve contenere il debito e si hanno obiettivi ben precisi da perseguire, i salari devono diventare una priorità per tutti.

La reale curiosità riguarda la risposta delle imprese. Ovvero se risponderanno e in che modo lo faranno. E quali saranno i settori nei quali sarà possibile ottenere una reazione adeguata in termini economici. Quella del ministro è una richiesta ambiziosa che non vediamo l’ora di vedere se verrà accolta.

 

Fed, taglio dello 0,25% dei tassi

La Fed ha annunciato una riduzione del tasso di interesse di riferimento di 0,25 punti percentuali. Il costo del denaro si trova ora tra la forchetta del 4%-4,25%. È il primo intervento di questo tipo da inizio anno e arriva in un momento delicato per l’economia americana.

federal-reserve

Cosa ha deciso la Fed

La decisione nasce da una combinazione di fattori economici e politici. Uno degli elementi più rilevanti è il rallentamento del mercato del lavoro. I dati recenti mostrano infatti un calo nel ritmo della crescita occupazionale e comincia a profilarsi il rischio che il tasso di disoccupazione possa salire. In questo scenario, mantenere tassi elevati potrebbe peggiorare la situazione, frenando ulteriormente consumi e investimenti.

A pesare sulla scelta della Fed è anche l’andamento dell’inflazione. Sebbene i prezzi al consumo restino ancora al di sopra dell’obiettivo ideale della banca centrale (intorno al 2%), l’inflazione non appare così fuori controllo da impedire una manovra espansiva. In altre parole, la Fed ha ritenuto che fosse possibile agire a sostegno dell’economia senza alimentare eccessivamente nuove pressioni sui prezzi.

Non va dimenticato nemmeno il contesto politico in cui questa scelta si inserisce. L’amministrazione Trump ha più volte fatto pressione affinché la Fed adottasse una linea più morbida, chiedendo tagli più marcati e rapidi. Alcuni membri del comitato direttivo della banca, soprattutto quelli nominati più di recente, avevano addirittura suggerito un taglio più ampio. I mercati dal canto loro si aspettano ulteriori tagli.

Elementi da tenere in conto

Un ulteriore elemento che ha contribuito a orientare la decisione è l’incertezza legata alle politiche commerciali in vigore. I dazi imposti da Donald Trump su vari beni importati hanno generato un clima di instabilità per le imprese. E un aumento dei costi di produzione, con potenziali ricadute sui prezzi e sulla domanda interna.

Il taglio dei tassi mira quindi a rendere più accessibile il credito, sia per le famiglie che per le aziende, con l’obiettivo di stimolare consumi, investimenti e occupazione. Una politica monetaria più accomodante dovrebbe anche indebolire leggermente il dollaro, rendendo più competitive le esportazioni americane. Alleggerendo in questo modo, almeno nel breve periodo, il peso del debito pubblico.

Inserendo questo provvedimento nel quadro più ampio della politica economica di Donald Trump, emerge un approccio fortemente espansivo. Tra dazi, pressioni sull’indipendenza della Fed e una politica fiscale basata su tagli delle tasse e spesa pubblica elevata, l’amministrazione ha puntato tutto sul rilancio della domanda interna. Tuttavia, questo atteggiamento comporta rischi, come la crescita del deficit e possibili nuove spinte inflazionistiche.

In definitiva, la mossa della Fed è un segnale di cautela, che cerca di prevenire un rallentamento più grave, senza però perdere di vista la necessità di mantenere un equilibrio macroeconomico. Le prossime settimane diranno se questa sarà la direzione scelta.

Oracle e OpenAi insieme: i dettagli

Oracle ha chiuso un accordo storico con OpenAI, la società che ha creato ChatGPT e che lavora nel campo dell’intelligenza artificiale. Facendo, va ammesso, la storia del settore.

Cosa hanno deciso Oracle e OpenAI

Parliamo infatti di due giganti che si uniscono per collaborare in un progetto ambizioso e che promettono risultati importanti. L’accordo prevede, nello specifico, che Oracle fornisca a OpenAI 4,5 gigawatt di potenza elettrica da utilizzare nei suoi data center. Strutture enormi pensate per “allenare” i modelli di intelligenza artificiale, sfruttando migliaia di computer.

Il valore dell’accordo è stimato in circa 30 miliardi di dollari all’anno. Una cifra impressionante. Ma, a pensarci bene, probabilmente solo Oracle ha le risorse per offrire una simile potenza, soprattutto considerando i livelli di calcolo richiesti da OpenAI per far funzionare i suoi modelli.

L’operazione rientra in una idea più ampia chiamata Stargate: una joint venture tra OpenAI, Oracle, SoftBank e altri partner, con l’obiettivo di costruire numerosi data center negli Stati Uniti per soddisfare la crescente domanda di infrastrutture nel campo dell’intelligenza artificiale.

Quello tra Oracle e OpenAI è uno dei contratti più grandi e significativi nel settore di riferimento. Un’intesa che si distingue anche per l’enorme quantità di energia necessaria. Per Oracle, rappresenta senza dubbio un passo in avanti strategico, che rafforza la sua posizione nel mercato dell’IA. Portando con sé anche ricavi rilevanti.

Una curiosità interessante: a seguito dell’annuncio dell’accordo, la ricchezza personale di Larry Ellison, cofondatore di Oracle, è cresciuta a tal punto da farlo superare Elon Musk come persona più ricca del mondo, Almeno per qualche ora. La sua fortuna ha infatti raggiunto una stima di circa 393 miliardi di dollari.

Ottima la reazione della Borsa

La Borsa ha reagito positivamente alla notizia, spinta dall’entusiasmo degli investitori, generando così un notevole beneficio per Oracle. Cosa ci insegna tutto questo? Prima di tutto che le classifiche di ricchezza sono estremamente volatili. Basti pensare che, nel caso citato, il primato di persona più ricca del mondo è cambiato nel giro di poche ore. E tutto grazie al comportamento della Borsa americana.

Inoltre, si conferma ancora una volta quanto il settore tecnologico e in particolare quello informatico sia fortemente influenzato dalla volatilità. Gli accordi strategici e il sentiment del mercato possono cambiare rapidamente le sorti delle aziende.

L’accordo tra OpenAI e Oracle dimostra quanto l’intelligenza artificiale stia diventando sempre più centrale nell’economia globale. E mette in evidenza che, per far funzionare questo settore, non bastano algoritmi e software: servono anche grandi investimenti e infrastrutture robuste.

 

 

Tim e Iliad, chiusura definitiva alla fusione

Tim e Iliad: niente più fusione. Si tratta senza dubbio di un’opportunità sfumata con conseguenze importanti per l’ex monopolista delle telecomunicazioni.

Cosa è successo alla possibilità di accordo tra Iliad e Tim

Negli ultimi mesi si è parlato molto di una possibile fusione tra Iliad e Tim. Un matrimonio che avrebbe potuto cambiare profondamente il mercato delle telecomunicazioni italiano. In queste ultime ora tale possibilità è uscita totalmente dai giochi.

Questo perché Iliad ha chiarito che non ci sono più confronti in corso con l’ex monopolista e che non riprenderanno. Cosa è successo? Tornando indietro nel tempo va detto che le fasi preliminari avevano sollevato grandi aspettative.

Nel corso del 2025 infatti, Iliad aveva incaricato Boston Consulting Group di analizzare una potenziale fusione mentre Tim, sotto la guida dell’ad Pietro Labriola, manteneva la porta aperta alla possibilità. Il governo italiano, tramite Poste Italiane e Cassa Depositi e Prestiti, era parte della partita. Ricordiamo che Poste ha acquisito una partecipazione del 24,8% in Tim, diventandone primo azionista con l’obiettivo dichiarato di favorire la consolidazione del settore

Perché la fusione tra Tim e Iliad è saltata? Un primo stop è occorso lo scorso aprile. Una conferma del non da farsi è giunta in queste ultime ore portando il titolo di Tim a subire un brusco calo in Borsa. Qualcosa che senza dubbio sarebbe stato meglio evitare.

Secondo le stime di Exane BNP Paribas, la fusione avrebbe potuto generare sinergie per circa 860 milioni di euro che avrebbero potuto essere rilevanti se investite su innovazione e rete. Senza contare che l’unione avrebbe portato a una riduzione degli operatori mobili in Italia da quattro a tre, diminuendo la pressione della concorrenza sui prezzi.

Un piccolo intoppo nel percorso dell’ex monopolista

Dal punto di vista di Tim tutto ciò avrebbe potuto portare a margini più solidi. Per quel che concerne i consumatori a qualche rischio di aumento prezzi. Con molta probabilità nella decisione potrebbero avere influito anche potenziali attenzioni da parte dell’Antitrust.

E Tim come ha reagito? Sottolineando che la fusione non è l’unica via per migliorare l’efficienza. Dato che si può puntare a network sharing, alla razionalizzazione dei costi e alla costruzione di sinergie operative con altri operatori.

L’unica cosa che ancora fa pensare è l’importante partecipazione dello Stato all’interno della società con le sue controllate. Di certo con la mancata fusione ci troviamo davanti a una importante opportunità di consolidamento persa.

Ciò non toglie che dopo il prevedibile scossone ottenuto Tim sarà in grado di riprendere la propria strada. Lavorando in modo alternativo su un possibile consolidamento.

Banco Bpm guarda verso Mps

Banco Bpm sembra guardare con interesse verso Mps. Da quel che è possibile estrapolare dalle parole di Giuseppe Castagna, punterebbe in quella direzione l’interesse della sua banca.

Cosa farà ora Banco Bpm

Qualcosa che, in teoria, dipenderebbe anche da quelle che saranno le intenzioni future di Crédit Agricole dopo il suo essere passato al 20% del capitale. Un atto che non sarebbe stato possibile se non ci fosse stato un tentativo di Ops di Unicredit su  Banco Bpm. È questo ciò che ha fatto notare l’amministratore delegato nel corso della conference call di presentazione dei conti semestrali.

Perché viene fatta questa sottolineatura? Molto semplice: l’essere saliti al 20% del capitale totale dà modo a Crédit Agricole di poter fare specifiche richieste. Queste dovranno poi essere giudicate in modo indipendente, ha sottolineato Giuseppe Castagna, nell’ottica di fare il meglio per i propri soci.

Nonostante Banco Bpm sia da poco reduce dal tentativo di scalata, non sembra assolutamente chiudere nulla per quel che riguarda il futuro. Soprattutto ora che le possibilità sono diverse e gli approcci differiscono. L’Ops da parte di Unicredit è stata vista sempre in modo abbastanza ostile e trattata di conseguenza.

Ora che questo “problema” è stato messo da parte, ovviamente per Banco Bpm è necessario tirare le somme e capire come muoversi da questo momento in poi. Non bisogna infatti dimenticare la presenza della banca di Castagna all’interno del capitale di Mps per il 9%. La banca senese è attualmente impegnata nella scalata a Mediobanca. Questo rende evidente come l’istituto di Castagna sia più che coinvolto all’interno di quello che è l’attuale risiko bancario italiano e di come la sua posizione sia molto più importante di quello che si possa pensare.

Attesa necessaria prima di decidere

L’amministratore delegato sottolinea però che aspetteranno dopo il primo round di consolidamento per vedere quale sarà effettivamente la situazione per decidere quali saranno le loro mosse. Gli analisti hanno infatti evidenziato come l’istituto non sia al momento limitato dai vincoli della passivity rule, proprio dopo il ritiro di Unicredit.

L’idea è quindi quella di attendere cosa accadrà ad Mps dopo la transazione su Mediobanca. Questo significa che bisognerà aspettare ancora alcune settimane. Dobbiamo ricordare infatti che, per quanto la banca milanese stia lavorando alacremente per portare i soci a un certo risultato, allo stesso tempo si sta muovendo con cautela per quel che riguarda Banca Generali e tutto ciò che ne consegue.

L’unica certezza che si ha al momento è che l’istituto si muoverà certamente con l’intenzione di mantenere a livelli ottimali sia la produttività che l’occupazione. Lo abbiamo visto con la resistenza posta nei confronti di Unicredit. Siamo sicuri che lo stesso accadrà nel caso in cui la situazione lo dovesse richiedere nuovamente